Una personale per Luca Giordano, I Santi patroni di Napoli adorano il crocefisso

Con i “Santi Patroni” di Luca Giordano si voleva mostrare una città che chiedeva perdono per i propri peccati chiedendo la fine dell’epidemia di peste che aveva tormentato la città. Giordano con quest’opera e il “San Gennaro” contraltare di quest’opera completò con il Vaccaro il progetto iconografico di Santa Maria del Pianto, a Poggioreale.

Ogni epoca dell’uomo ha visto il proliferare di un morbo, spesso definito peste, che ne ha messo in ginocchio l’esistenza, il periodo che stiamo vivendo nell’ultimo mezzo secolo, e in particolare l’ultimo anno, sono stati da questo punto di vista estremamente duri riportandoci tutti per certi versi a una visione quasi manzoniana della vita in cui le persone sono chiuse in casa, come per evitare la peste.

Per superare tutto questo ci si aggrappa non solo alle azioni, vere, di prevenzione e azione contro la malattia, ma anche a quelle morali e i Santi Patroni di Napoli adorano il crocefisso di Luca Giordano ricadono pienamente in questa seconda categoria.

Una lunga carriera…

Nell’arco di tutta la storia dell’arte sono pochi gli artisti che posso essere ritenuti prolifici quanto Luca Giordano. Giordano è stato un pittore “figlio d’arte”, tra i principali esponenti della pittura napoletana del Seicento con Caracciolo, Preti, Ribera e Stanzione, capace di lavorare per le corti più importanti dell’epoca, come quella di Napoli, di Firenze per i Medici- Riccardi e per la corte di Spagna.

Attraverso una vita lunga e prolifica, con più di 50 anni di carriera, Giordano è stato capace di attraversare più fasi della pittura

riuscendo a portare avanti sempre un proprio contributo a quest’arte rielaborando e innovando il costrutto artistico precedente,

passando letteralmente dallo stile caravaggesco fino ad arrivare a un anticipo di stile barocco-rococò.

…con tanti contatti

Figlio di Antonio Giordano, pittore, Luca iniziò ben presto come aiutante del padre che lo inviava in giro per la città a copiare le opere presenti nelle chiese, un azione che con il tempo servì al ragazzo non solo per apprendere sul campo un’iconografia sterminata, ma anche per affinare una capacità di esecuzione sorprendentemente veloce.

Sappiamo che fuori dall’ambito familiare venne formato per circa 9 anni da Jusepe de Ribera dove si avvicinò al caravaggismo e al naturalismo del maestro spagnolo. A questo periodo, non molto ben documentato, risalgono molte delle opere a soggetto profano e religioso che realizzò fino al 1660, con non solo l’influenza di Ribera, ma anche probabilmente di Paolo Veronese, Michelangelo, Raffaello, Rubens, Caravaggio di cui avrebbe potuto veder le opere durante una serie di viaggi a Roma e Venezia compiti nella decade tra il ’50 e il ’60.

Dal 1660 in poi per le opere di Giordano si parla di maturità a partire dalle commesse di Ascanio Filomarino, vescovo di Napoli, che commissiono al pittore le portelle dell’organo del Duomo. Tra i committenti più assidui vi fu anche Gaspar de Brancamonte, conte di Penaranda, che commissionò diversi lavori a sfondo pubblico-devozionale come i Santi Patroni di Napoli adorano il crocefisso e il san Gennaro che intercede presso la Vergine, Cristo, e il Padre Eterno per la cessazione della peste del 1656, e diversi dipinti privati.

Lavorò poi anche per i d’Avalos, per il marchese veneziano Agostino Fonseca, cosa che permise a Giordano di stringere diversi buoni rapporti con la committenza pubblica, religiosa e privata in ambito veneto. durante questa prima maturità si contano innumerevoli opere realizzate a Napoli per i più svariati committenti e che hanno poi permesso di “seminare” letteralmente la città e l’Europa di opere di Luca Giordano nei secoli successivi.

La seconda maturità dell’artista, dal 1680 in poi, iniziò con le commissioni della famiglia Corsini che richiesero l’affresco della Cappella omonima nella chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze. Durante questo soggiorno Giordano si dedicò anche alla realizzazione di affreschi per i Medici nel palazzo Medici-Riccardi, ma non solo, anche con diverse commissioni anche da parte di Andrea del Rosso, di cui era ospite durante la sua permanenza a Firenze. In generale

fu capace di imporsi come uno dei principali artisti del tempo e di influenzare poi successivamente un gran numero di colleghi.

Verso la fine del ‘600 venne chiamato alla corte di Carlo II a Madrid dove rimase quasi a fino a poco prima della morte. Durante il soggiorno spagnolo tra i tanti lavori sono da segnalare: le pitture per il Monastero di San Lorenzo dell’Escorial, la sacrestia della cattedrale di Toledo  e il Cason del Buen Retiro.

Tornato a Napoli nel 1702, Giordano realizzò ancora grandi dipinti in Santa Maria Egiziaca, a San Martino e in Santa Maria Donnaregina prima di morire nel 1705.

I Santi Patroni

Nel 1657 si volle edificare nell’area dell’attuale Poggioreale la chiesa di Santa Maria del Pianto, il luogo di culto si trovava nei pressi di uno dei luoghi di raccolta della città in cui confluivano i malati di peste. Edificata la chiesa, il viceré di Napoli, Gaspare de Bracamonte commissionò la realizzazione di un progetto iconografico che ruotava attorno all’intercessione dei santi presso il Padre Eterno affinché terminasse il flagello della peste.

A questa commissione Giordano partecipò con la realizzazione di San Gennaro che intercede presso la Vergine, Cristo, e il Padre Eterno per la cessazione della peste e i Santi Patroni di Napoli adorano il crocefisso, e Andrea Vaccaro che invece si occupò della Pala d’Altare.

I soggetti rappresentati in questo dipinto sono i santi patroni della città di Napoli, Bacolo, Eufebio, Francesco Borgia, Aspreno, Candida che adorano il crocefisso, supplicano Cristo di poter intercedere verso il Padre Eterno, in alto, affinché la peste termini di flagellare la popolazione.

Rispetto al “San Gennaroquesto dipinto potrebbe sembrare più criptico, o anche generalista, meno diretto nei confronti della peste, infatti se in quello solista per San Gennaro il soggetto della peste è ben chiaro con un morto in primo piano e una serie di derelitti afflitti dalla malattia, nel progetto “corale” non è così.

Se si osserva bene nella parte bassa del dipinto, dove sorge la croce si possono scorgere delle ossa, segno dei morti, delle persone venute meno durante l’epidemia che uccise circa metà della popolazione napoletana. Criptica, ma neanche tanto, è la località, visto che a rappresentare la città vi è dietro il profilo del Vesuvio e del monte Somma. L’intera opera è pertanto volta a rappresentare la massima attenzione dei Santi verso il bene comune.

Nella prossima puntata ci occuperemo di The Other myself di Christian Leperino.
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