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giovedì, Luglio 7, 2022

I pittori della vita moderna. Da Napoli a Parigi

I pittori della vita moderna. Da Napoli a Parigi

Una figura maschile si staglia su uno sfondo scuro. Indossa una tuba nera e si offre allo spettatore avvolto in una mantella color marrone, da cui spuntano le sue gambe. Una di queste si tende, come a cercare di sostenersi. Ma di lì a breve è probabile che il protagonista raggiunga la bottiglia che, appena caduta, si trova ai suoi piedi. Questa figura goffa, imbarazzante che cerca di mantenere un minimo di contegno, oltre ad essere il centro della tela di Manet (Le Buveur d’absinthe, 1858-89), è il protagonista della vita moderna: il flâneur.

Infatti, dall’abbigliamento si denota una certa agiatezza economica ed una certa sensibilità per la moda del tempo, e se «la bottiglia a terra indica il suo stato d’ebbrezza, il bicchiere di buona fattura lo sottrae all’idea del clochard di strada» (Viviana Gravano), suggerendo che la sua è una vertigine ricercata.

Edouard Manet, Le Buveur d’absinthe (1858-89), Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen.

Manet è forse il primo «pittore della vita moderna», almeno come lo intendeva Baudelaire. Il padre degli impressionisti infatti tenta di «essere del proprio tempo», offrendosi puntualmente in una percezione fluttuante. E nel farlo il soggetto diventa un antieroe, le divinità fluviali si trasformano in parigini in vacanza (Le Déjeuner sur l’herbe, 1863). L’iconografia storica si immerge nella contemporaneità, assumendone i valori borghesi.

Protagonista della stagione dell’impressione, Degas, a sua volta introduce quello che oggi potrebbe essere inteso come un discorso mediologico. In La visite au musée (1879-89), infatti, si denota chiaramente che questo tipo di attività si presenta come un qualcosa di diverso dalla concezione di contemplazione dell’opera: le figure che guardano i quadri sono in realtà il centro dell’attenzione. La loro attenzione da spettatrici viene esaltata nel momento in cui Degas porta dentro il museo lo sguardo del flâneur, del consumatore di immagini, di vetrine. Si tratta di un’osservazione di cambiamento della natura dello spettatore e, quindi, di analisi del proprio tempo.

Un tempo fatto di raffinati cappellini, luci artificiali, abiti alla moda, scarpe lucidate e grandi tube: questo il milieu che caratterizza l’arte nuova. Una ventata di freschezza che arriva fin al Bel Paese, influenzando artisti come Carlo Brancaccio, che in questo senso trasforma la celebre via Toledo in un gran boulevard parigino – in cui l’Impressione di pioggia la fa da padrona -, o Francesco Paolo Diodati che impressiona su tela un’uggiosa Piazza Vittoria, colta in un momento fugace.

Carlo Brancaccio, Impressioni di pioggia (1888-89), Gallerie d’Italia, Napoli.

La capitale dell’arte dell’epoca è sicuramente Parigi, che nel pieno della Belle Époque vedeva nascere café chantant e teatri di varietà. A catturare con occhio fotografico questi fermenti che rivoluzionano la vita sociale è sicuramente Giuseppe De Nittis, il quale dopo gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, giunse a Parigi nel 1867. Formatosi nel solco della macchia fu grande interprete della pittura urbana in chiave moderna, e sin dagli esordi un pittore di luce e di atmosfera.

Trovato da subito un buon partito nella Scuola di Resina, l’en plein air caratterizza una prima produzione napoletana (Sulle pendici del Vesuvio, 1872), che lo porterà alla sperimentazione di un’inquadratura che rimanda all’essenzialità e modernità dei tagli fotografici.

Il Vesuvio – interessante qui il riferimento alle astrazioni di Hokusai – si presenta come paesaggio, quasi primordiale, che ben presto verrà divorato dal progresso.
 Infatti, il suo obbiettivo pittorico lo porterà a scattare un’istantanea della città che sale in Place des Pyramides (1875), in cui protagonista è la gabbia dei ponteggi che simboleggiano l’avanzata della modernità.

Giuseppe De Nittis, Sulle pendici del Vesuvio (1872), Galleria d’Arte Moderna, Milano.

In qualche modo, nelle opere di De Nittis, la forza dell’impressione sfonda l’atelier, aprendolo alla città e rendendo, di conseguenza, il fruitore il vero flâneur per eccellenza, in una dolcezza cromatica che lo chiama a svolgere la sua «festa mobile».

Realizzato a sei anni di distanza dalla celebre opera di Monet raffigurante il porto di Le Havre, capolavoro della mano Denittiana è sicuramente Westminster (1878), in cui prevale su tutto l’impressione degli effetti atmosferici che nel loro fluttuare, delineano la struttura neogotica del palazzo del parlamento britannico.

Le vedute mondane (soprattutto quelle parigine) fanno di questo pittore, alla stregua degli impressionisti, l’interprete per eccellenza della vita moderna. Ma nonostante l’invito di Degas a partecipare – nel 1874 – alla prima mostra degli impressionisti, non aderì mai al gruppo, mantenendo una sua particolare attitudine naturalista.

Giuseppe De Nittis, Place des Pyramides (1875), Musée d’Orsay, Parigi.

Interessante è proprio il fatto che questi pittori della vita moderna (De Nittis, Netti, Brancaccio, Caputo, Diodati) non furono mai assorbiti del tutto dall’Impressionismo, radicandosi in una poetica del naturalismo italiano e mantenendo in qualche modo in uno stile del tutto personale. Tuttavia, questi legami con la Ville Lumière segnalano la vitalità culturale della Napoli di fin-de-siècle che ha saputo sfornare virtuosi rappresentati di una modernità che oggi è andata quasi del tutto dimenticata.

Alessio Esposito
Alessio Esposito
Alessio Esposito, nato a Napoli nel 1999. Attualmente studente in Didattica e Comunicazione dell’Arte indirizzo curatoriale presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Dal 2022 mediatore culturale presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

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