Uroboro: la condanna a morte di Caravaggio

Uroboro: la condanna a morte di Caravaggio. Bentornati con “Uroboro”, una rubrica nella quale analizzeremo una volta a settimana un evento storico. Siamo arrivati all’undicesimo episodio!

PERCHE’ “UROBORO”

Mentre studiavo per l’università, mi sono imbattuto nel mio vecchio libro di filosofia. Riaprendolo, ho riletto il pensiero di Nietzsche riguardo il concetto di storia. Più nello specifico, mi sono soffermato al pensiero di eterno ritorno dell’uguale. Incuriosito, sono andato a cercare una definizione per spiegarla: si parla di una teoria che si ritrova genericamente nelle concezioni del tempo ciclico, come quella stoica, per cui l’universo rinasce e rimuore in base a cicli temporali fissati e necessari, ripetendo eternamente un certo corso e rimanendo sempre se stesso. Esiste, inoltre, un simbolo molto antico, presente in molti popoli e in diverse epoche: l’uroboro. L’uroboro rappresenta un serpente o un drago che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine. Rappresenta il potere che divora e rigenera se stesso, la natura ciclica delle cose, che ricominciano dall’inizio dopo aver raggiunto la propria fine.

SEMBRAVA UNA SERATA COME TANTE

28 Maggio 1606. Una domenica di primavera come tutte le altre a Roma. La città era in festa perchè esattamente un anno prima era stato eletto papa Paolo V e si celebrava l’anniversario. All’epoca in città aveva ripreso forza la fazione spagnola e le bande filospagnole spadroneggiavano per le vie della città. Tra queste, spiccava su tutte la famiglia Tomassoni. La famiglia Tomassoni aveva origine umbre, più precisamente erano al comando di Terni. Nel corso del cinquecento avevano rafforzato il loro potere ed erano riusciti ad ottenere gli incarichi militari sufficienti per conquistare anche alcune zone di Roma.

Tra i nemici della famiglia Tomassoni c’era anche Michelangelo Merisi, conosciuto anche come Caravaggio. Debiti di gioco non pagati, vedute politiche diverse e l’interesse per la stessa donna, Fillide Melandroni, avevano creato un grande astio tra i due. Una persona schiva, strana agli occhi di molte persone del suo quartiere e non solo. Nella sua combriccola di amici c’erano sempre persone poco raccomandabili e soliti risolvere ogni discussione con la violenza. Prospero Orsi, Onorio Longhi Petronio Troppa sono solo tre dei conoscenti poco affidabili del Caravaggio.

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La sua brigata raccoglie denunce ovunque passa. Un pasticcere li accusa di rubare ogni domenica i suoi “bianchi magnari” e una ragazza che vive ai Santi Apostoli dichiara di essere oggetto di canzonette volgari e di schitarrate sotto la sua finestre. Sul verbale si leggerà di un certo “ragazzetto sbarbato di nome Michelangelo, che si dice pittore”.

Da un lato, un capo rione con grande potere socio-economico. Dall’altro, un pittore bergamasco che, per questioni lavorative, risiedeva da un pò nella futura capitale d’Italia. Debiti di gioco non pagati, vedute politiche diverse e l’interesse per la stessa donna, Fillide Melandroni, avevano creato un grande astio tra i due.

“Sembrava una serata come tante” cantava Franco Battiato. Ed invece non fu proprio così… scopriamo assieme il perché.

LUCI ED OMBRE

Ci sono tante, tantissime versioni su chi abbia fatto partire la rissa che portò Caravaggio ad uccidere Ranuccio Tomassoni, uno dei quattro fratelli della potente famiglia umbra. Non si sa di preciso a che ora sia avvenuto l’omicidio o quanti parteciparono a quella baruffa. 8,10, 12 persone? Ci sono dubbi anche sul luogo del delitto Tomassoni: alcuni riportano che la rissa avvenne presso la casa di Ranuccio, che in verità si trovava vicino al Pantheon, mentre  altri riportano che la morte avvenne presso la Scrofa. 

L’unica certezza è che, durante una partita di pallacorda (il bis-nonno del tennis), ci fu un fallo di gioco che scatenò una rissa. Ranuccio, durante la baruffa, cadde all’indietro e il Merisi, pensando probabilmente di voler vendicare tutte le questioni in sospeso tra loro, lo colpì. Poco dopo Tomassoni iniziò a sanguinare e, senza rendersene conto, morì dissanguato. Molti documenti affermano che il colpo inferto da Caravaggio non voleva ferire a morte il malcapitato Ranuccio Tomassoni. Il fratello maggiore Francesco, invece, che si era inserito nella lotta per salvare il fratello in pericolo, colpì a morte un amico dell’artista, Petronio Troppa.

COSTRETTO ALLA FUGA

I testimoni dell’omicidio, l’influenza politica della famiglia della vittima e la pessima reputazione dell’assassino potevano darci solo una sentenza: condanna a morte per decapitazione. Ciò che fece precipitare nell’ansia Caravaggio fu che quella decapitazione poteva essere fatta da chiunque ed ovunque, senza limiti. A Roma era praticamente diventato un morto che cammina. Per questo fu costretto a scappar via. Passò per Napoli, dove ci fu il suo ultimo grande periodo artistico. Nonostante la pessima nomea che ormai si era creato, infatti, riceveva commissioni di grande importanza.

L’evento del 1606, però, se lo porterà per sempre nella sua mente. Ciò trasparirà anche nella sua vena artistica. Basta un’osservazione anche superficiale per constatare che, all’interno di tutte le opere successive al maggio 1606, erano spesso presenti scene di decapitazione.

Decapitazione di San Giovanni Battista (1608)

LA MORTE

Dopo 4 anni di esilio forzato da Roma, il papa Paolo V, grande estimatore del Merisi, gli promise la revoca della condanna a morte. Una notizia che rese molto felice Caravaggio, il quale, sin da subito, decise di partire immediatamente alla volta di Roma. Da Napoli, città che lo aveva adottato fino a Luglio 1610, prese un traghetto che doveva segretamente portarlo a Ladispoli. All’epoca Ladispoli era degli Orsini, alleati del papa, che avrebbero dunque fornito protezione al pittore nei giorni di attesa della revoca.

Arrivato a Ladispoli, la nave da cui era sceso si era però portata con sé i suoi bagagli, al cui interno c’erano dei doni che egli aveva promesso agli Orsini. Per questo motivo, si narra che fu costretto a raggiungere Porto Ercole, luogo di attracco della nave, per recuperare i regali per la famiglia Orsini. Arrivato a destinazione, però, si ammalò improvvisamente. Il 18 luglio 1610, all’età di 38 anni, morì Michelangelo Merisi, detto Caravaggio. 

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