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giovedì, Luglio 7, 2022

Le opere del teatro napoletano da rivedere

In occasione della Giornata Mondiale del Teatro, istituita a partire dal 1962 dall’Istituto Internazionale del Teatro, abbiamo voluto ricordare quanto il teatro napoletano sia stato importante per la cultura del nostro Paese.

Il teatro napoletano ha una storia secolare ed è una delle principali espressioni della cultura partenopea. Amato non solo a Napoli, ma in tutto il mondo, ripercorriamo insieme un po’ di storia di questa lunga tradizione insieme ai suoi protagonisti più importanti.

Gli storici teatri della città

Sono pregni di storia anche i teatri della città, come il Mercadante, il San Ferdinando o il Sannazzaro.

Teatro Mercadante.

Il Teatro Mercadante, in passato detto Teatro del Fondo, fu costruito nel 1777 da Francesco Sicuro e insieme ad altri teatri vicini, come il San Carlino poi abolito nel 1884, divenne un vero e proprio ritrovo di artisti nel polo culturale dell’ottocentesca Piazza Municipio. Dopo notevoli interventi di restauro, alcuni dei quali radicali, nel dicembre del 1870, il Teatro assunse l’attuale denominazione in onore del musicista pugliese Saverio Mercadante, napoletano d’adozione.

Teatro San Ferdinando.

Nel cuore della Sanità, il Teatro San Ferdinando è uno dei più antichi della città, anche se nel corso della sua storia ha subito numerose ricostruzioni, restauri e rifacimenti. È ritenuto il tempio della commedia napoletana ed è strettamente legato alla figura di Eduardo De Filippo che nel 1948 acquistò il teatro semidistrutto dalla guerra, investendo tutti i suoi guadagni e indebitandosi con le banche.

Il San Ferdinando, insieme al Mercadante, è gestito dal Teatro Stabile di Napoli.

Infine, l’ultimo doveroso accenno a un altro importante perno attorno cui sono ruotate personalità di spicco del teatro partenopeo, è il Sannazzaro.  Inaugurato nel 1874, fu il primo teatro ad essere illuminato con la luce elettrica nel 1888. Legata profondamente a questo teatro fu Luisa Conte, indimenticabile protagonista della commedia napoletana scomparsa nel 1994. L’attrice ne acquisì la gestione agli inizi degli anni’70, riportando agli antichi fasti il teatro. Per questo motivo il Comune di Napoli, a pochi passi dal suo Sannazzaro, le ha intitolato un largo nel 2020.

I successi portati in scena al Sannazzaro sono stati innumerevoli, ma una menzione particolare va ad Arezzo 29, una commedia di Gaetano di Maio del 1927. Divertente, ma socialmente impegnata, è ambientata in un basso napoletano. Fu interpretata magistralmente da Nino Taranto e Luisa Conte.

Le origini del teatro napoletano

Le prime tracce del teatro napoletano le abbiamo tra ‘400 e ‘500 con Jacopo Sannazzaro Pietro Antonio Caracciolo.
Il Sannazzaro inscenò a Castel Capuano, alla presenza del sovrano Alfonso d’Aragonal’Arcadia, opera che raccontava le gesta eroiche del condottiero spagnolo. Successivamente, anche il Caracciolo mise in scena due opere  più vicine al popolo, sia nel linguaggio che nella trama. Ai due registi, anche attori, fu riconosciuto il merito di aver avvicinato il teatro ai ceti popolari.

La maschera di Pulcinella

Il teatro napoletano pre-Novecento è legato principalmente alla figura di Pulcinella. La maschera napoletana nacque da un’idea dell’attore Silvio Fiorillo, a fine ‘500. Venne messa in scena ufficialmente, però, da Andrea Calcese alla fine del XVII secolo.

Il personaggio di Pulcinella rappresenta il modo tutto partenopeo di vedere le cose, ma subì delle modifiche nel corso dei secoli. Fondamentale è infatti la sua rielaborazione ottocentesca ad opera di Antonio Petito che portò Pulcinella dall’essere un servo sciocco al napoletano per antonomasia, che con furbizia riesce sempre a destreggiarsi in qualsiasi situazione.

Questa rielaborazione fu importante perché modernizzò il personaggio, permettendone così l’ulteriore trasformazione  ad opera di Eduardo Scarpetta.

Eduardo Scarpetta

È considerato il maggiore commediografo e attore del teatro napoletano tra fine Ottocento e inizio Novecento. È il capostipite della dinastia teatrale degli Scarpetta-De Filippo.

Una delle  sue opere più famose e apprezzate fu sicuramente Il medico dei pazzi, del 1908, in cui emerge la figura di Felice Sciocciammocca, termine dialettale che vuole indicare una persona ingenua che crede a qualsiasi cosa. L’opera nel 1954 fu protagonista della trasposizione cinematografica ad opera di Mario Mattoli e Totò.

Ricordiamo, inoltre, la celeberrima Miseria e Nobiltà, che venne portata a teatro nel 1887 e poi rifatta nel 1914. Anche quest’opera è stata portata sul set sempre nel 1954 con Totò come protagonista.

Infine da ricordare per il suo successo, è anche O’scarfalietto (lo scaldaletto), l’antenato della borsa di acqua calda che a fine Ottocento si utilizzava per riscaldare il letto. Una divertentissima opera teatrale tutta partenopea, anch’essa  al centro di numerosi riadattamenti.

IL Novecento: Raffaele Viviani e i De Filippo

Le opere più importanti del XX secolo, sono legate principalmente alle figure simbolo di Raffaele Viviani e dei Fratelli De Filippo, che per scopo e tematiche erano diverse e ritenute complementari.

Raffaele Viviani.
I fratelli De Filippo.

Infatti le opere ideate da Viviani vedevano protagoniste le vicende del popolo e delle figure più in basso della gerarchia sociale in tutta la loro disperazione per soddisfare i bisogni primari. Eduardo ci presenta, invece, il realismo della quotidianità in una famiglia della borghesia napoletana , i suoi problemi e i suoi valori.

Eduardo de Filippo e i fratelli Peppino e Titina, figli illegittimi di Eduardo Scarpetta, ben presto ci si rende conto siano figli d’arte. Da giovanissimi formarono una loro autonoma compagnia teatrale, calcando per la prima volta le scene con l’atto unico di Natale in Casa Cupiello, nel 1931. A consacrare l’opera fu una lunga tournèe in tutta Italia, ma la posizione apertamente antifascista di Eduardo, portò la compagnia ad essere più volte nel mirino del regime.

Solo nel Dopoguerra, infatti, l’arte della commedia dei De  Filippo raggiunse un successo strepitoso con commedie indimenticabili come Napoli Milionaria e Filumena Marturano, veri e propri spaccati di quello stesso periodo che fotografano la fortissima disillusione della società.

Totò

Antonio De Curtis, in arte Totò, è stato uno dei protagonisti più famosi del cinema targato Napoli, ma  i suoi primi successi l’hanno visto calcare le scene di teatri di periferia, facendo il verso al famoso macchiettista Gustavo De Marco.
Totò in effetti, a partire dai suoi tratti somatici, era una vera e propria maschera quasi al pari di Pulcinella.
La sua mimica facciale e la sua abilità nell’improvvisare, fanno del teatro l’ambiente ideale di Totò, che non presentava la stessa spontaneità sul set.

Con Totò il teatro napoletano vide l’avvento del varietà e del teatro macchiettistico. Negli anni, riscuotendo successo in tutte le classi sociali, si guadagnò il titolo di ‘Principe della risata’.

Fu memorabile il suo ritorno sulla scena, sessantenne e quasi cieco, sorprendendo il pubblico con un’esplosione pirotecnica.

Massimo Troisi

Principale esponente della comicità napoletana dei primi anni ’70, Massimo Troisi, anche soprannominato il Pulcinella senza maschera, è considerato uno dei più importanti volti del teatro e del cinema non solo partenopeo, ma italiano.

Ha mosso i suoi primi passi nel teatro parrocchiale della Chiesa di Sant’Anna a San Giorgio a Cremano, dove si avvicinò alla commedia dell’arte facendosi apprezzare dal pubblico della zona.

Insieme agli amici Enzo De Caro e Lello Arena, all’inizio degli anni ’70 fece il suo primo debutto in una trasmissione RAI, presentando il trio con il nome de La Smorfia, richiamando in questo modo una delle principali tradizioni napoletane: l’interpretazione dei sogni e la risoluzione di questi in numeri da giocare al lotto.

Troisi riuscì a dare teatralità al cabaret, che fino al quel momento era improntato solo su barzellette e aneddoti.

Con la sua mimica facciale, quel suo parlare sempre in dialetto e quel suo essere imbranato e ingenuo, ne fecero un’altra maschera del grande repertorio del teatro napoletano, un Pulcinella moderno, senza costume e maschera. L’ultimo commediante, al pari dei grandi del passato, l’abbiamo perso troppo presto. E’ morto all’età di soli 41 anni, stroncato da una malattia cardiaca che gli ha impedito di regalare ancora al mondo risate e divertimento.

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