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mercoledì, Gennaio 26, 2022

Corriere di Napoli

È stata la mano di Dio cosa lascia in eredità?

È stata la mano di Dio non è un film su Maradona, come si può pensare dal titolo, ma è un film sull’importanza della “fede” e dei rapporti familiari, sulle perdite, sul dolore e su ciò che resta.

Paolo Sorrentino si spoglia agli occhi dello spettatore. La bellezza delle inquadrature resta, così come i riferimenti a Fellini, mai abbastanza apprezzati da tanta parte di pubblico e critica, ma dà loro un senso nuovo, più intimo e doloroso.
Il registra mostra momenti, frammenti della sua vita in una storia autobiografica e insieme racconto di formazione dall’estate del 1984 dal vociferare incredulo dell’arrivo di Maradona a Napoli e l’estete del 1987 e il primo scudetto.

Protagonista della pellicola è un Sorrentino adolescente. I suoi panni sono vestiti da Fabietto Schisa interpretato dal giovane Filippo Scotti. Fa il liceo classico Fabietto, cita i classici, ha un piercing all’orecchio, una folta chioma riccia e vuole fare il regista.
Attraverso i suoi occhi attenti viene presentata tutta la sua bizzarra famiglia, come se gli aspetti più buffi e grotteschi dell’alta borghesia napoletana, appartenessero tutti ai suoi componenti.

La famiglia Schisa…

La famiglia Schisa ci offre un affresco umano ricco e variegato: una madre che fa un poco troppi scherzi, un padre amico romantico, un fratello peter pan che vorrebbe fare l’attore e una sorella che è sempre un attimo in bagno, una zia che vede a San Gennaro fino alla matrona che, con la sua pelliccia sotto il sole cocente, mangia mozzarella a mani nude e si fa colare tutto il latte addosso.

Tavolate sotto il caldo sole estivo, tra cugini e zii, fanno percepire tutto il calore di questa famiglia sui generis. Le male parole, gli scherzi, i commenti alla cugina scema e brutta se da un lato fanno sorridere, dall’altro non riescono a nascondere tutte le contraddizioni dei rapporti familiari.
Le figure femminili, sono rese quasi fiabescamente. Sono ricche di folclore. Sono donne smaliziate, benevoli e dispettose e sempre sull’orlo dell’esaurimento nervoso. In un evidente omaggio felliniano, è con loro che Sorrentino mette in evidenza quelli che sono i punti di crisi della sua famiglia dentro lo schermo. La bella zia (Luisa Ranieri), per cui Fabietto ha una cotta, impazzisce per il dolore di non riuscire ad avere un figlio, la madre piange e urla disperata a causa del padre fedifrago: queste sono tutte suggestioni che il ragazzo coglie e restituisce allo spettatore grazie al suo sguardo intimo, alla sua sensibilità da adolescente che deve saper lavare i panni sporchi e diventare adulto restituedo tutto il dolore dei dettagli, dei gesti, delle urla e dei sussurri.

Una famiglia particolare e allo stesso tempo universale quella degli Schisa, protagonista di una commedia brillante e amara. Ironia e tenerezza convivono in questa pellicola e in ogni gesto, in ogni fischio e in ogni battuta sottile fino all’irrompere di una tragica realtà.

…e la mano di Dio

È stata la mano di Dio fa riferimento al goal fatto di mano da Maradona nei quarti di finale Argentina-Inghilterra dei Mondiali del 1986, e la stessa mano ha salvato Fabietto. Il ragazzo, infatti, per veder giocare Napoli-Empoli, decide di non passare il fine settimana con i genitori nella casa a Roccaraso. Lì, Saverio (Toni Servillo) e Maria (Teresa Saponangelo), periranno a causa di una fuga di monossido di carbonio.

Allora la vita di colpo si ferma e Maradona diventa il porto sicuro. L’unica figura a cui aggrapparsi in questa “realtà scadente”. Il divino salvifico, insieme al cinema. Un cinema di evasione, luogo verso il quale andare per plasmare il caleidoscopico panorama di figure umane e le esperienze felici o trisiti vissute per poi liberarsene rendendole meno amare.

Però è vero. I miei andarono a Roccaraso, dove avevamo appena preso casa. Dovevo andare anch’io, ma papà mi diede il permesso di seguire la squadra in trasferta. Non l’aveva mai fatto. E così io mi salvai. La mano di dio, appunto… L’ultima volta che li vidi, fu quando mi salutarono… (Paolo Sorrentino)

È così che Fabietto/Sorrentino riesce a trovare un punto di equilibrio nella sua vita confusa, fatta di solitudini, di perdite e dolori. Sale sul treno, si lascia nostalgicamente il mare e Napoli alle spalle e va verso il suo futuro a Roma lasciando allo spettatore un pezzo della sua storia.

 

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