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martedì, Agosto 16, 2022

Il caso Braibanti: secondo appuntamento dell’Arena Spartacus Festival

Sotto il cielo di Santa Maria Capua Vetere prende vita Grande Schermo Restart un’interessantissima rassegna cinematografica, curata dal direttore artistico Francesco Massarelli. La sezione cinema è solo un segmento della più ampia programmazione dell’Arena Spartacus Festival comprensiva di oltre 70 date per altrettanti eventi di teatro e musica, profilandosi per questo come la rassegna estiva più ricca del panorama italiano. La seconda data ha visto come protagonista la proiezione del “caso Braibanti”, attualmente riprodotto sul canale SkyArte.

Il caso Braibanti: secondo appuntamento dell’Arena Spartacus Festival

Nella splendida cornice dell’Anfiteatro Campano, secondo al mondo per dimensioni dopo il Colosseo, l’Arena Spartacus Festival ci accompagnerà fino al 12 settembre per un’estate all’insegna della cultura e dell’intrattenimento.

La serata del 29 giugno ha visto come protagonista la proiezione del pluripremiato docu-fiction Il caso Braibanti che descrive una delle vicende processuali tra le più scandalose che il Bel Paese ricordi. Anzi, che a dirla tutta, ricorda molto poco. Si tratta dell’unica occasione nella storia della Repubblica in cui si è processato un individuo per plagio, reato contemplato nel fascistissimo codice Rocco e che verrà abolito solo nel 1981.

Un ostinato e subdolo escamotage per condannare un intellettuale, un poeta, un partigiano, uno scrittore (perché tutto questo ed altro ancora era Aldo Braibanti) solo per essersi concesso l’amore della persona sbagliata. E la persona, nel caso specifico, è sbagliata non solo perché dello stesso sesso, circostanza che ancora oggi farebbe incomprensibilmente storcere il naso a qualcuno, ma soprattutto perché rampollo di una famiglia clerical-fascista i cui “valori” non ammettevano relazioni omosessuali. Ah, tutto questo accadeva nel 1968, praticamente ieri.

Il secondo appuntamento del Grande Schermo Restart

Una storia incresciosa che mette in luce aspetti bigotti e oscurantisti della società Italiana di anni non troppo indietro nel tempo e che devono essere messi in risalto per essere efficacemente contrastati. I registi Massimiliano Palmese e Carmen Giardina, presenti per l’occasione, sottolineano gli intenti sottesi a questo progetto, annoverando, tra l’altro, proprio la necessità di restituire più interesse alla poco nota storia di Aldo Braibanti. Lo stesso Palmese definisce il caso “il nostro scandalo Wilde, con un secolo di ritardo”.

Apre la serata il direttore artistico che, ringraziati gli intervenuti, introduce anche Francesco della Volpe, presidente dell’Arcigay di Caserta che si dice felice ed emozionato per la scelta di dar spazio nel festival a tematiche delicate quale la tutela dei diritti della comunità LGBTQ+.

Il “caso Braibanti”: uno scandalo senza eguali

Va in scena “il caso Braibanti” e bastano pochi minuti di “pellicola” per rendersi conto del valore di questo lavoro. Un film delicato, autentico, giusto. Senza retorica affronta per capitoli salienti i passaggi decisivi della storia dell’intellettuale piacentino fino alla sua morte. La narrazione è fluida e dinamica e alterna testimonianze dirette, documenti recuperati all’esito di lunghe e approfondite ricerche, e stralci dell’ omonima messa in scena teatrale.

Quella che ci viene descritta è una personalità eclettica e assetata di cultura. Braibanti è dapprima attivista politico, ex partigiano ed ex prigioniero della Banda Carità, dalle cui torture fu sottratto per intervento coraggioso della madre. Congedatosi dopo diversi anni dal Partito Comunista, sceglie di costituire un laboratorio artistico e di dedicarsi ad una “sinistra culturale”. È nel torrione Farnese di Castel’Arquato che prende così vita una comunità animata da tendenze e orientamenti artistici che confluiranno in attività di ceramica, disegno, teatro, regia e poesia ed è qui che avviene l’incontro tra Giovanni Sanfratello e Aldo Braibanti.

Non rinnovatosi il contratto d’affitto della torre, i due si trasferiscono a Roma, fino a quando una mattina di novembre del 1964 Giovanni Sanfratello viene letteralmente sequestrato da alcuni suoi parenti e condotto in manicomio dove riceverà oltre 40 elettroshock.

Il processo

Braibanti, previamente oggetto di indagini a sua insaputa per tre anni e mezzo, privato dunque di qualsiasi tutela e garanzia difensiva,  è sottoposto ad un processo che ha l’aspetto e la sostanza di una vera e propria inquisizione. L’istruttoria è indegnamente viziata da pregiudizi e ostenta un marcato interesse diffamatorio che determina nell’ accusato una reazione di totale estraneità alla vicenda, al punto da dichiarare in più occasioni un naturale disinteresse a qualsivoglia architettura di difesa. In una lettera alla madre le riferisce che finanche l’arresto sotto i fascisti trovava fondamenti giustificativi, benché non condivisi, ma che l’accusa di plagio si manifestava come qualcosa di assolutamente inspiegabile.

Bene, Pannella, Pasolini, Moravia, i fratelli Bellocchio, Eco sono solo alcune delle personalità che intervennero a sostegno di Aldo che fu infine condannato a 9 anni poi ridotti a 4, di cui scontati solo 2 in quanto ex partigiano. È emblematico il commento del nipote ritratto in una delle scene del docu-film, che presente nell’aula giudiziaria al momento del verdetto, evidenzia il divario intellettuale tra lo zio e il pm e l’ingiustizia di vedere uno dietro la sbarra e l’altro dietro il banco d’accusa.

Il docu-fiction: un esperimento riuscito

L’opera si presenta realizzata con una tecnica estremamente efficace. L’uso di intermezzi teatrali riporta lo spettatore in uno scenario che gli risulterebbe altrimenti impenetrabile: l’aula del tribunale. Fabio Bussotti e Mauro Conte, i meravigliosi interpreti dei personaggi della storia, ci consentono di sentire la laconiche risposte del Braibanti e il delirio accusatorio del pubblico ministero Loiacono, la mite preghiera della madre di Aldo e il bigottismo intriso nella voce della madre del povero Giovanni Sanfratello.

Le testimonianze raccolte sono vivide e asciutte, sono centrate, e la storia si muove così su una direzione decisa e incalzante. Non c’è ridondanza, non c’è buonismo, non si vuole far passare l’omosessualità come qualcosa che necessiti di passaggi normalizzanti per essere compreso, ma emerge come pretesto bigotto per ingerire senza legittimazione nella vita privata di un individuo. Una mente sublime che avrebbe dovuto rappresentare motivo d’orgoglio per la Repubblica, ridotta a vittima e capro espiatorio di interessi politici corrotti e di parte.

Grande merito della narrazione pulita, scorrevole e appassionante è da riconoscere a Massimiliano Palmese e Carmen Giardina, autori e registi dell’opera, quest’anno vincitrice del nastro d’argento come miglior docu-fiction. Una fotografia della società nitida e di grande messa a fuoco, un lavoro strepitoso, frutto di una certosina attività di ricerca e di indagine che rende questo docu-film un vero e proprio gioiellino narrativo, che  invita a saperne di più.

Un dibattito coinvolgente e una riflessione sul tema dei diritti umani

La proiezione si conclude tra gli applausi e la commozione degli astanti e segna l’inizio di un vivace dibattito col pubblico nel quale emergono interessanti spunti di riflessione, e un inevitabile scambio di battute sull’attualissimo DDL Zan. Il confronto evidenzia quanto sia pericoloso non arginare il potere di intervento politico nella sfera privata dei soggetti , quanto sia necessario far fronte comune per evitare altri processi alle streghe sul presupposto di qualsiasi fondamento discriminatorio, e di quanto sia richiamata la responsabilità di ciascuno a presidio della tutela dei diritti civili, e ancor prima umani.

Siamo ancora lontani, chiaramente, dal vivere in una società in cui non ci sia bisogno di ricorrere a strumenti normativi per placare odio e discriminazioni, e nella quale posizioni ostruzioniste siano ancora utili espedienti di propaganda politica. Una meravigliosa serata, dunque, quella che ci si concede a Santa Maria Capua Vetere, sotto le stelle e tra le rovine del maestoso Anfiteatro Campano.

Vale la pena promuovere eventi come questi che segnano la ripartenza di attività culturali, quali la musica, il teatro e il cinema,  in un’ottica che non sia di mero intrattenimento ma di coinvolgimento dello spettatore a tutto tondo, con una partecipazione attiva e consapevole.

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