Due chiacchiere con Laura Pagliara: un talento a teatro

Laura Pagliara si racconta. Un’attrice, cantante e performer napoletana classe ‘86 nata a Torre del Greco, ma vissuta e cresciuta a Napoli.

Laura Pagliara è un’attrice, cantante e performer napoletana. Classe ‘86 nata a Torre del Greco, ma vissuta e cresciuta a Napoli. Un’artista creativa e metodica, precisa e appassionata, curiosa e talentuosa. Riferendosi al teatro dice:

Sento di volere fare questo, e lo sentivo anche quando decisi di lasciare l’Accademia. So che il mio scopo nella vita è riuscire a comunicare qualcosa di importante, che forse non so esattamente cos’è, ma di certo ha a che fare con l’amore

Noi del Corriere di Napoli abbiamo avuto il privilegio di rivolgerle qualche domanda e l’onore di inaugurare questa rubrica con una donna di grande umanità e talento. Per chi già la conoscesse questa può essere l’occasione per saperne qualcosa in più. Per chi non la conoscesse ancora, non sa davvero che cosa si è perso!

Due chiacchiere con Laura Pagliara

-Buonasera Laura e grazie per aver accettato quest’intervista. Entriamo subito nel vivo. Dicci: chi era Laura prima di arrivare al teatro?

-Buonasera a te Roberta. Dunque, prima di arrivare al teatro… c’è sempre stato il teatro! Sono cresciuta ascoltando in macchina le musicassette di Viviani che metteva mio padre durante i viaggi. Coi miei fratelli giocavo a fare le scenette come quelle di “Uomo e Galantuomo”. C’è da dire però che loro inscenavano i momenti della commedia mentre io stavo a guardare, per cui io mi divertivo a ritagliarmi il ruolo della critica correggendo le scene e le battute. A scuola, poi, sia alle medie che al liceo ho preso parte a corsi e laboratori. Devo dire che mi ha accompagnata sempre una costante di serietà, un senso di fare le cose per bene, come a dire “è un gioco, ma non è un gioco”. Quindi Laura senza teatro, non me la ricordo!

-Tutto inizia dall’essere spettatrice a quanto pare?

Questa è stata senz’altro la mia prima dimensione, e me la sono portata sempre dietro ed è stata utilissima poi nello studio d’attrice. Del resto non pensavo mai di fare questo mestiere. Da bambina sognavo di fare l’avvocato, la specialista di qualcosa. Ma perché? Semplicemente perché era ciò che vedevo in tv, nelle grandi serie televisive, che sono tuttora uno dei miei più grandi sogni. Io non mi ero resa conto che desideravo impersonare quei ruoli, recitarli, e l’ho capito molto tempo dopo.

-Una consapevolezza che è maturata negli anni, dunque. Ma quand’è che tutto ha avuto inizio?

-I miei studi in qualche modo mi hanno condotto su questa strada. All’università ho scelto lingue e letterature straniere ad indirizzo arte, teatro e cinema. Per cui studiavo materie quali storia del teatro, del cinema, della fotografia, dell’arte. Ho scritto per la triennale una tesi sul fumetto approfondendo la trasposizione di Watchmen, ed in particolare le tecniche cinematografiche e di recitazione degli attori.

Quindi in qualche modo il mondo dell’entertainment l’ho sempre percepito vicino, in tutte le sue sfumature. Ci fu quest’occasione all’università di poter maturare dei crediti seguendo un laboratorio di teatro con cui mettemmo in scena “Lungo il filo di Arianna” per la rassegna Universo teatro davanti a Ugo Gregoretti.

Così, completamente ignara e alle primissime armi, mi ritrovai a rappresentare un pezzo de “La moglie ebrea” di Bertolt Brecht e uno della tragedia di Euripide, “Medea”. Tra l’altro quest’ultimo frammento mi accompagna ancora oggi ed è lo stesso che apre il mio spettacolo “Io sono Medea”. L’ho scelto come incipit perché serba una parte di Laura, della mia storia.

-È una parte di te cristallizzata a quel tempo o ha avuto un’evoluzione?

-C’è da dire che il teatro è “qui e ora”, per cui ciò che sento e vedo di diverso è relativo a me e non al modo di interpretare Judith Keith di Brecht o la Medea di Euripide. Sento e vedo una differenza umana, messa al servizio del personaggio. Lo studio dei personaggi passa attraverso il “qui ed ora” di ciò che sono diventata e di chi sto diventando. Tant’è vero che alcuni non riesco più a farli, altri finalmente posso interpretarli, altri ancora non li lascerei più, ed è difficile scindere “il te” umano dal personaggio. È un po’ come diceva Albertazzi “il personaggio non esiste fino a quando non lo fai tu”.

-Ritornando al tuo background, dopo questa prima esperienza laboratoriale cosa è successo?

-Ho continuato a fare spettacoli e cortometraggi con un gruppo di colleghi universitari e sentivo che quelle attività avrebbero dovuto far parte stabilmente della mia vita. Così, con questa consapevolezza, mi sono condotta fino al provino all’ Accademia del Teatro Bellini di Napoli nel 2010. Però, una volta ammessa allo stage di preparazione, e averlo superato, decido dopo una settimana di lasciare l’accademia.

-Cosa ti spinge a prendere questa decisione?

La paura. Era tutto così bello, divertente, entusiasmante, ma era un lavoro e me la sono fatta sotto! Sentivo di star facendo la cosa giusta in quel momento perché mi sembrava troppo, per la me di 23 anni, era troppo.

-Lasci l’accademia, ma non il teatro, giusto?

Assolutamente no! Mi congedo dai miei compagni di accademia con un arrivederci e vado per la mia strada. Continuo a lavorare con il gruppo dei colleghi universitari fino all’estate, quando vengo chiamata ad Amalfi per i casting di un musical inedito. Faccio il provino, vengo selezionata e dall’oggi al domani mi ritrovo a fare quello che avevo sempre sognato e che mi spingeva incessantemente verso il palcoscenico: il musical!

Trascorsi l’intera estate a lavorare accanto ad artisti come Giorgio Adamo, Antonio Speranza, Arturo Caccavale, Bruno Barone, Carmine Granato.  Non potevo davvero credere di avere avuto quell’ occasione! È stato allora che ho compreso di volerlo far diventare a tutti i costi il mio lavoro, per quanto difficile mi apparisse. Standoci dentro sentivo finalmente quanto fosse impegnativo e bellissimo al contempo, e che tutta quella bellezza, quello spavento, quel “troppo” potevano, anzi, dovevano accompagnarmi per sempre.

Da lì in poi sono venuti i laboratori con Ernesto Lama, che mi ha consentito di cimentarmi col dialetto napoletano, e lo studio del canto con Salvatore Cardone, approfondendo degli aspetti di questo mestiere che sentivo di dover curare con maggiore dedizione. Dopo tempo ho avuto la possibilità di restituire in qualche modo quanto avessi appreso dalla mia gavetta fino a quel momento, fornendo le basi a giovani aspiranti attori per un avviamento professionale. Ho cominciato così a dare lezioni di canto, recitazione e dizione grazie al mio caro amico e collega Carlo Liccardo.

Poi sono saltata da un progetto all’ altro, fin quando non ho sentito che qualcosa non andava, che non stessi imparando più e che era il momento di mettermi in gioco in maniera più impegnativa. Sentivo questa esigenza non per riferirmi ad un pubblico diverso, perché non ho mai pensato che ci fosse un target che meritasse più o meno di un altro, ma per rispondere ad un mio più intimo stato d’urgenza.

Mi piace ricordare la scena della mia insegnante di liceo che si presentava in classe con una pila di giornali che distribuiva a tutti, come a sottoporci uno strumento che avrebbe incoraggiato il nostro pensiero. E questo era il mio sogno nel teatro: “distribuirlo” agli altri, a tutti e dirgli “ecco, si può riflettere anche così!”.

Per cui poco prima del lockdown scorso si era fatta strada dentro di me questa vocina che mi chiedeva qualcosa in più, di restituire qualcosa di più, di raccontare dell’altro. Così, dopo 10 anni ho deciso di tornare al Bellini per il provino di “Dignità autonome di prostituzione, dove ho incontrato nuovamente Luciano Melchionna, il quale mi sceglie per lo spettacolo. Ahimè, la pandemia ha però impedito che andassimo in scena!

-Lo spettacolo salta e i teatri chiudono. Inizia così una stagione davvero infelice per gli operatori dello spettacolo. Tu come hai reagito?

-Ho continuato a studiare e lavorare. Tanto devo a Niko Mucci, un vero e proprio faro, con il quale mi è concesso di sperimentare tanto e di fare cose che non pensavo fossero possibili. Ad esempio per lo studio di un personaggio bipolare, ho avuto l’occasione di collaborare con una straordinaria collega, Marcella Vitiello e la psichiatra Milly Coppola, che ci ha seguite passo dopo passo. Si è trattata di un’attenta esplorazione del corpo e della gestualità. Sono riuscita a “fare mio” il pensiero sotteso all’azione di quel personaggio e mi sono praticamente liberata.

-La scelta di lasciare l’accademia, benché validamente motivata è stata davvero coraggiosa, anche perché in contrasto con una passione tanto forte. Ti sei mai pentita?

-Assolutamente sì! Proprio quando ho capito di essermene pentita sono riuscita ad “elaborare il lutto” ed andare avanti. Per anni mi ripetevo di aver fatto la cosa giusta per convincermene, ma solo quando ho abbracciato il dolore di quella scelta faticosa, ho interiorizzato il pentimento e sono andata oltre, per migliorare, così da rendere utile quell’errore.

-In questi anni di studio, di formazione e tanto lavoro chi sono stati i tuoi riferimenti e chi ha rappresentato una fonte d’ispirazione per te?

Sicuramente i miei primi passi li ho mossi con Anti Nicas, l’attrice greca del laboratorio universitario, che mi ha dato anche fondamentali basi di dizione. L’insegnante col quale mi sono affacciata al mondo del musical, invece, è stato Vittorio Matteucci, attore e cantante straordinario, nonché l’apprezzatissimo interprete di Frollo in Notre-Dame de Paris.

A lui sono arrivata quasi per caso, tramite un’inserzione su FB, nei primi anni di utilizzo di questo social. Il suo imprinting è stato determinante! Ricordo ancora una sua espressione come se fosse una traccia indelebile dentro di me: “devi essere nel ruolo completamente, ma devi conservare quell’ 1 % di coscienza che ti fa ricordare di morire in questo punto esatto del palco, così sei in luce!”. Vittorio Matteucci è stato per me l’inizio di tutto, perché mi ha indicato la strada che desideravo percorrere, ancora prima di prenderne del tutto coscienza.

Anche ad Ernesto Lama devo tanto. Con lui ho iniziato a cantare in napoletano e ho ritrovato Viviani, quello di cui ascoltavo la voce dalle musicassette di mio padre quando era bambina e che amavo ancora prima di sapere davvero chi fosse. Un’altra mia traccia la riconduco a Niko Mucci, che mi ha fatto conoscere una me più forte, più versatile. Con lui mi sono messa alla prova su più generi: la commedia, il dramma e da ultimo stiamo lavorando su un testo brillante.

Un incontro fortunato è stato anche quello con Diego Sommaripa, e con il suo “Trullo”. In questo spettacolo mi è stata concessa un’enorme libertà creativa che mi consente di interpretare i caratteri più disparati e sbizzarrirmi con giochi mimici e di voce. Mettere in scena questa performance dopo il blocco dello scorso anno è stata un’emozione indescrivibile.

-Affidarti a questi artisti ha richiesto sicuramente un duro lavoro ma ha anche rinsaldato l’amore verso questa professione. Ti è mai capitato di affidare qualcosa di tuo? Come ti sei sentita?

-Dunque, ho scritto tempo fa uno spettacolo, quasi di getto, “Io sono Medea” che racconta della versione dei fatti dal punto di vista della protagonista di Euripide. Dapprima l’ho rappresentato da monologhista, avendo avuto la possibilità di allestirlo quasi immediatamente dopo la stesura.

Dopodiché pensai che ho ritenuto opportuno affidarne una parte a qualcuno, così scelsi Maria Giusy Bucciante sostituita per una replica, da Valeria Impagliazzo. Con entrambe si è instaurata un’alchimia straordinaria, che ha dato vita con ciascuna a uno spettacolo completamente diverso e che si trasformava ogni sera. Nel “qui ed ora” di ogni messa in scena, sia Maria Giusy che Valeria, si sono fatte carico non solo della mia Medea ma anche di una parte di Laura. Affidarsi a due donne e artiste meravigliose come loro è stata un’esperienza estremamente forte che mi ha consentito di vedere ciò che io stessa avevo scritto con occhi nuovi e arguti.

-C’è un personaggio che hai interpretato a cui sei particolarmente legata?

-Un legame speciale c’è con Giovanna, il personaggio dell’Amalfi Musical Opera, che mi ricorda molto la Giulietta di Shakespeare che non sono mai riuscita ad interpretare e che richiama un’ambientazione di fiaba e di sogno. Una particolare affinità la colgo anche con Crocefissa (Martirio, nel testo originale) dell’opera “Locas” di Jose Pascual Abellan, un personaggio di una potenza disarmante.

-Negli ultimi tempi sei stata protagonista di alcune puntate della soap più seguita e longeva d’Italia, “Un posto al sole”. Com’è stato lavorare su questo set?

-C’è da dire che questa avventura si è presentata in maniera del tutto inattesa, avendo fatto il provino tanti anni addietro ed essere stata convocata per queste scene mi ha tanto entusiasmata. Maurizio Aiello e Imma Pirone sono di una dolcezza e accoglienza straordinarie e sul set ci divertiamo tantissimo con tutta la troupe. Coi registi lavoro bene e sono a mio agio perché sono estremamente pazienti e disponibili. È davvero una bella realtà e soprattutto una boccata d’ossigeno, benché ci liberiamo della mascherina solo e strettamente per le riprese.

-Pandemia permettendo e augurandoci di vivere un’estate con meno restrizioni e più aperture, quali sono i progetti in cantiere?

Riproporrò in scena, se possibile, il mio spettacolo “Io sono Medea”, ma sto lavorando anche a “Vou te contar”, titolo tratto dall’incipit di Wave, canzone di João Gilberto, per una rassegna estiva a Positano.

Noi del Corriere di Napoli congediamo Laura Pagliara e la ringraziamo per il prezioso tempo che ci ha dedicato e invitiamo tutti i lettori a seguirla sui suoi canali social per rimanere sempre aggiornati, con l’augurio di vederla in scena dal vivo il prima possibile!

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