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martedì, Maggio 24, 2022

La leggenda di Palinuro: l’amore sulle coste del Cilento

Un paesaggio da togliere il fiato. È Bandiera blu da anni con le sue acque cristalline e i lunghi lidi sabbiosi, le romantiche baie, le sue grotte. Ospita il faro alla maggiore altezza luce sul livello del mare: ben duecentosei metri, bianco, costruito nel 1870 su una struttura a due piani che regala dei panorami mozzafiato.

Alcune baie sono raggiungibili solo via mare, c’è un fiore protetto che nasce solo sulle sue coste tra le fessure delle sue rupi calcaree: la “primula di Palinuro” simbolo del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Ma la terra dalla costa che ha dato i natali al filosofo Parmenide, è anche chiamata “Costa del mito”, per via delle numerose leggende qui ambientate.

Ah, l’ amour: la leggenda di Palinuro!

Alzi la mano chi non è mai affogato nel mare delle pene d’amore. Un amore non corrisposto, la sensazione di non poter più vivere, lo stomaco che si chiude o che si dilata, gli occhi sempre umidi. Lo sguardo perso, il senso della vita che sfugge, gli incubi, lo strazio di avere il volto di chi ci ha spezzato il cuore sempre davanti agli occhi della mente.

La letteratura, la musica, il cinema e l’arte tutta ci parlano e ci hanno parlato sin dai tempi antichi della faccia scura dell’amore: Dante e la sua Beatrice Portinari (detta Bice, coniugata De’ Bardi), Boccaccio e la napoletana Fiammetta (si dice fosse la bellissima Maria, figlia di Roberto d’Angiò) e anche Petrarca in pena d’amore per Laura.

Dalle egloghe al mito

E proprio sulle scie di Petrarca un poeta del 1500 scrive poemi e rime: Berardino Rota, di lontane origini piemontesi ma di famiglia nobile napoletana, presto stimato per i suoi versi in latino, le poesie bucoliche in forma dialogica – le egloghe – e genitore della leggenda che vede Capo Palinuro e Camerota protagonisti di un amore sfortunato.

Fatale colpo di fulmine

Nel racconto di Rota che troviamo nel suo “Metamorphoseon liber” Palinuro è ancora l’abile nocchiero di Enea – l’eroe di Virgilio – il quale è perdutamente innamorato di Kamaratòn. Secondo alcuni studiosi Kamaratòn era una sirena o una ninfa; secondo altre versioni era una delle poche fanciulle a bordo della nave che timonava il giovane Palinuro.

Nella versione de la leggenda di Palinuro in cui vediamo Kamaratòn come una sirena, Palinuro si innamora di lei guardandola nuotare fra le acque del Tirreno. Dove invece leggiamo di Kamaratòn come una fanciulla, ella passeggiava sulla nave su cui era ingaggiato Palinuro e anche qui il giovane si invaghisce di lei. In ogni versione comunque Kamaratòn rifiuta l’amore di Palinuro ed egli nel tentativo di fermare l’immagine dell’amata nell’acqua, cade in mare e muore affogato tra i flutti.

Virgilio e L’ Eneide

Tra il 29 a.C e il 19 a.C il poeta Virgilio “canta l’armi” e la storia dell’eroe troiano Enea “profugo per fato”, figlio di Anchise e della dea Venere. La nave di Enea fa il giro del Mediterraneo, fa una pausa a Cartagine dove l’eroe vive un momento di passione con la giovane regina vedova Didone – la quale poi alla determinazione di Enea sull’imminente partenza, decide di uccidersi. Ripartito e puntando al Lazio si ferma anche in Sicilia a Erice, dove organizzerà i giochi per la commemorazione della morte del padre.

Enea e le sue rotte

Ripreso ancora il viaggio e con l’ennesima tempesta a raddoppiare le fatiche del timoniere Palinuro, Venere chiede a Nettuno di risparmiare Enea ( cuore di mamma! ) ed egli l’accontenta: dovrà però accettare che qualcun altro muoia, poiché neanche un dio può alcunché di fronte al Fato.
Così quando

“[…] i marinai rilassavano le membra nella placida quiete, sotto i remi, sparsi per i duri banchi: quando, disceso lieve dagli astri eterei, il Sonno fendette l’aria tenebrosa e scosse le ombre […]”

di lui, Palinuro. Il solerte nocchiero non cede. Il dio Sonno assume le sembianze dell’amico Forbante e gli dice

“[…] adagia il capo, sottrai alla fatica gli occhi stanchi.
Per un poco posso subentrarti nel compito […]”

Palinuro resiste e il dio Sonno

“[…] gli scuote un ramo stillante rugiada letea […]”.

Canto V Eneide
Canto V dell’Eneide



A quel punto Palinuro sopraffatto dalla stanchezza cede e cade in mare rompendo parte della poppa e il timone.
Per tre giorni Palinuro urlerà chiedendo aiuto e nuoterà nelle acque del Tirreno, proprio nei pressi del Capo che porta il suo nome. Arrivato ad una spiaggia viene catturato dalla popolazione indigena che scambiatolo per un mostro marino lo uccide e lo rigetta in mare.

Negli abissi Palinuro incontrerà Enea e gli chiederà sepoltura nella terra che lo accoglierebbe come madre. La Sibilla Cumana che era insieme ad Enea, gli rivela che il suo corpo non verrà mai più ritrovato.

Nè amore, nè pietà. Nelle leggende narrate sopra, Palinuro non trova nè l’amore di una donna, nè l’amore nel senso della giustizia, quella “pietas” cara ai Romani o la “pietas” latina.

E Kamaratòn?

A lei è toccata la legge del contrappasso per analogia. Così come il suo cuore di pietra ha rifiutato l’amore di Palinuro, così per sempre sarà il suo aspetto: trasformato dalla dea Venere in una roccia, sarà per sempre costretta a guardare il volto di Palinuro.

È così che le antiche leggende ci raccontano come siano nate Palinuro e Camerota, protagoniste di avventure e di amore, mete fra le più ambite del Cilento. 

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Pamela Moi
Pamela Moi
Editor. Scrivo.

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