FacetoFace: Francesco Repice si racconta

Un paio di settimane fa ho avuto la possibilità di intervistare un grandissimo esponente del giornalismo sportivo italiano: Francesco Repice. Ne è uscita fuori una chiacchierata di mezz’ora abbondante, passati tra ricordi indelebili del passato, consigli agli aspiranti giornalisti e tanto altro. Ecco a voi il FaceToFace con Francesco Repice!

CAOS PANDEMIA

A: Quanto le è mancato il calcio in questo periodo?

F: Obiettivamente, per uno dell’età mia, che ha due figlie, aver passato questi due mesi con l’incubo del bollettino delle 18, del calcio non mi è importato più di tanto. Alla mia età si guarda alle 30mila persone che non ci sono più. E’ una ferita che difficilmente si rimargina. Mi manca il calcio, sì, ma di sicuro c’è qualcosa di più importante.

Non so come si risolverebbe la situazione se uscisse una positività nuova. Sarò sincero: tutti quanti hanno una dose di buon senso non trascurabile, ma credo che fino a quando non arriverà il vaccino, la situazione non si evolverà. Quasi sicuramente, però, cambierà qualcosa.

L’ultima telecronaca che ho fatto io, Juventus-Inter, un classico, una partita storica del calcio italiano, quest’anno valeva lo scudetto. Giocata a porte chiuse e, a fine partita,con due ammoniti… Capisco i colleghi e i loro tentativi di avere un quadro chiaro della situazione, ma per me è impossibile in una situazione del genere. Solo il tempo ci dirà come e quando ne usciremo

L’IMMORTALITA’ DELLA RADIO

Il FaceToFace con Francesco Repice prosegue con una domanda sulla radio e su come, a differenza di altri mezzi di comunicazione, sia rimasta tutt’oggi di grande importanza. Ecco la risposta:

F: L’immediatezza. Grazie alle nuove tecnologie (che hanno esaltato la radio), adesso è tutto più semplice. Con un click, adesso, sono in onda. Anche la qualità del suono è migliore. Prima, inoltre, non esistendo ancora i PC portatili, si doveva essere sempre in una postazione fissa, narrare da lì e raccontare ciò che si era visto. Adesso ci si può muovere.”

“La radio ti segue. Puoi giocare a pallone, andare a cena con la tua ragazza, stare con i tuoi figli, fare una passeggiata e la radio c’è sempre. Questo perché non sei tu a seguire la radio, ma è la radio che segue te. Non sei inchiodato allo schermo di una tv o di un cellulare stando immobili, in maniera passiva. La radio è di facile ricezione e diffonde le notizie più velocemente. La radio non morirà mai.” 

DIVENTARE GIORNALISTI NEGLI ANNI ’80

A: Com’è diventato giornalista e quanto ha influito fare il liceo classico nel suo lavoro?

F: L’accesso alla professione fu, per me, completamente diverso rispetto a come avviene oggi. Si cominciava col portare il caffè, la brioche’. Piano piano si iniziava ad intravedere finalmente la redazione di una testata giornalistica. Poi ti fanno fare un occhiello, un sommario, un titolo, il primo pezzo da 30 righe e cosi via. La gavetta era lunga, lunghissima e si era legati al classico colpo di fortuna che ci può essere come no. Adesso l’accesso alla professione è più semplice. Ci sono i siti, i piccoli giornali, tanti mezzi per mettersi in mostra. In Rai, inoltre, si può fare un concorso molto serio.

Sul liceo classico, credo sia la miglior scuola da frequentare per poter fare giornalismo. Un mio vecchio professore mi diceva sempre che chi non ha studiato latino e greco, non può parlare italiano. Una volta, inoltre, Sandro Ciotti mi disse che dovevo avere uno zaino pieno di parole. Bisogna leggere tanto ed assorbire, come una spugna, tutto ciò che ci circonda. E’ un pò come avere una tavolozza per dipingere: posso essere bravissimo, ma se ho 5 o 6 colori, non mi esprimerò mai al 100%. Se invece ho 5000/6000 colori, con tanto di sfumature, tutto diventa più semplice.

DAL TERRAZZO COSENTINO ALL’AMORE PER LA ROMA

“Sono arrivato alla Rai con le radiocronache da ragazzino con le radio provate, il Cosenza, pregare la signora del palazzo che affaccia sullo stadio per poter commentare la partita. Portavo il telefono, attaccavo la spina e le chiedevo di farmi stare lì e dicendole che non avrebbe dovuto spendere nulla. Si creò poi un legame speciale con quella signora, che oggi purtroppo non c’è più. Ogni domenica, infatti, mi preparava sempre la pasta al forno la domenica. Altri tempi. Questo spiega anche il popolo cosentino e, in generale, del Sud.”

A: Nonostante sia nato a Cosenza, tifa Roma. Come è nato il suo amore per i giallorossi?

F: Per lavoro, mio padre si spostava spesso, per questo tutta la famiglia si spostava assieme a lui. Da Cosenza arrivai a Roma, in Lombardia, sono tornato in Calabria e poi di nuovo Roma. Da quel momento in poi non mi sono spostato più.

“Da bambino, quando vivevo a Roma, spesso andavo a casa di una famiglia che viveva sul mio stesso pianerottolo. Facemmo amicizia e, in poco tempo, iniziai ad andare spesso a casa loro: mi avevano praticamente adottato. Ricordo che vidi una pista delle macchinine nera e con tanti solchi. In mezzo a quelle rotaie, le macchinine andavano a velocità spaventosa. Quel signore prese una macchinina gialla e rossa e mi disse che era sua. Gli chiesi il perché e mi disse: ‘Come perché? Perché questa è della Roma, non può perdere'”

A: Il 13 Novembre 2017, come per tanti italiani quella sera, deduco che anche per lei non è stato piacevole vedere e raccontare stata Italia-Svezia. La considera la partita più brutta che abbia mai narrato?

F: “Direi di sì. Una grande amarezza. Direi che non è stata la sconfitta di un popolo, ma quasi. Un popolo, di solito, perde in altri ambiti. E’ ancor più evidente adesso, soprattutto vedendo ciò che stiamo vivendo. Ma quella cosa lì… L’italiano si era abituato a tifare la nazionale e sperare di vincere ogni 4 anni. Gli italiani se la meritano, osservando anche quanto il calcio faccia parte del nostro tessuto sociale.”

“Ebbi l’impressione che non tutti si erano resi conto del degrado che stava attraversando il paese. Non solo nello sport, ma anche il degrado politico o di approcciarsi alla vita. Fu sicuramente il punto più basso del calcio italiano. Da quel momento si poteva solo risalire e, per fortuna, stiamo risalendo.”

A: La partita più bella?

“Barcellona-Man United, finale di Champions dell’edizione 2011. Non solo per la partita, che è stata splendida, ma in particolare per la storia di uno dei 14 che scesero in campo per il Barcellona quel pomeriggio: Eric Abidal. Un ragazzo che, 4 settimane prima, si trovava in ospedale a combattere una terribile malattia e che non doveva nemmeno esser convocato. Invece venne convocato, giocò e vinse. Guardiola divenne per un attimo Max Allegri, tolse Pedro e mise un difensore, Abidal. Durante la celebrazione, dopo aver salito i gradini di Wembley, Puyol, il capitano di quel Barcellona, cerca Eric Abidal, lo trova e gli fa alzare la coppa.”

Finale Champions League, Xavi e Puyol lasciano alzare la Coppa ad ...

IL TRIPLETE DELL’INTER E IL PRIMO INCONTRO CON FRANCESCO TOTTI

A: Lei ha scritto un libro sul Triplete dell’Inter ormai 9 anni fa. Cosa le è rimasta di quell’esperienza?

F:” Ho un ricordo dolcissimo di quell’esperienza. Tramite i racconti di mio padre, vedere quel trionfo dei nerazzuri del 2010 mi ricordò lo spirito operaio milanese ed italiano di rinascere negli anni 60, dopo la seconda guerra mondiale. Quella notte di Madrid mi diede quell’emozione la’”

A: Visto che tifa Roma, le chiedo il tuo legame con Francesco Totti e quando lo ha incontrato per la prima volta?

F: “La prima volta che incontrai Francesco Totti ero ad una partita di beneficenza in Sardegna. Tra i tanti calciatori presente, c’era anche lui. Lui all’epoca era un ragazzino, ma nonostante ciò decise di alzarsi dal posto in cui si trovava e venne a salutare me e gli altri membri degli inviati di ‘Tutto il calcio minuto per minuto’. La prima impressione fu quindi che era un ragazzo estremamente educato.

“Non sono amico di Francesco Totti, ma quello che mi ha trasmesso grazie alle sue giocate lo hanno reso il mio giocatore italiano preferito. Poteva andare al Real Madrid e vincere ciò che voleva, ma scelse Roma. La Roma non è una società storicamente vincente, ma ha sempre avuto il vanto di avere capitani romani e romanisti. Vederlo lontano da Trigoria mi fa male e spero ci torni il prima possibile.

A: Come allenatore o come dirigente?

F: Ma come vi pare, guarda. L’importante è che ci torni. Quello che ha fatto e fa per Roma, anche al di fuori del rettangolo di gioco, è inimmaginabile. Purtroppo il rapporto con Pallotta è incrinato e sarà difficile vederlo rappresentare i giallorossi finchè ci sarà la società americana.”

Questo è FaceToFace con Francesco Repice!

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