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giovedì, Dicembre 1, 2022

The French Dispatch è come L’Oro di Napoli?

The French Dispatch è un film francese, però l’ispirazione nasce da un film italiano, L’oro di Napoli di Vittorio De Sica (Wes Anderson)

Per The French Dispatch, Wes Anderson sceglie un’ambientazione francese, la cittadina immaginaria di Ennui sur Blasé, utilizzando una struttura tipicamente italiana: il film a episodi.
L’ispirazione arriva da una pellicola del 1954, L’Oro di Napoli, scritta e diretta da Vittorio De Sica, come ha ribadito lo stesso regista in più di un’intervista, eppure lo spettatore potrebbe far fatica a collegare la storia della rivista statunitense a quelle raccontate da De Sica nel suo film. Ma perché? The French Dispatch sembra avere di italiano solo il contenitore, la struttura a episodi del genere italiano, ma il contenuto? La vera domanda da porsi, quindi, è: e se The French Dispatch non fosse come l’Oro di Napoli?

I film a episodi nel cinema italiano

Occorre fare una piccola digressione.
Siamo negli anni Cinquanta e nelle sale italiane viene distribuito Cavalcata di mezzo secolo, film di Luciano Emmer. Da questa pellicola, Alessandro Blasetti coglierà l’occasione per un film intitolato Altri Tempi (1952): una piccola galleria di momenti della Storia di Italia. Da questo momento in poi si è soliti far “nascere” il filone dei film a episodi, anche se ci sono esempi di questa struttura narrativa già nel dopoguerra. Si pensi ad un film come Paisà (1946) di Rossellini.
Il regista romano spiegò come la brevità dei singoli episodi si adattasse perfettamente al cinema, che grazie alle sue immagini riesce a raccontare qualcosa di necessario anche in 5 o 10 minuti, eliminando quelle parti “morte” che inevitabilmente sono presenti in ogni film.

La pellicola di Wes Anderson, sembra mettere in pratica gli insegnamenti del cinema italiano da Rossellini, a Visconti fino a De Sica, ma solo nell’apparenza, creando un film, che potremmo definire, non a episodi, ma di episodi.

The French Dispatch: il film a episodi di Wes Anderson

Gli episodi sono divisi in una guida turistica, tre reportage e un necrologio più o meno brevi. L’intenzione del regista è raccontare, attraverso la narrazione di questi sketch, il ventre di una rivista del XX secolo, un po’ come De Sica, ne L’Oro di Napoli, ambienta le sue storie nel ventre della città partenopea. Ma allora qual è la differenza? In Wes Anderson manca, come non manca in De Sica, quell’urgenza del raccontare un’umanità vessata dalla fame e dalla povertà senza scadere nello stereotipo e mostrando, con l’uso del “ridicolo”, l’alone di tristezza che si cela dietro i volti solari e sorridenti del popolo napoletano.

La cornice del film di Anderson è perfetta. Il nostalgico omaggio alla carta stampata e al New Yorker è evidente, come si vede dalla galleria delle copertine illustrate dei titoli di coda e da come vengono impostati gli articoli dei singoli redattori, nei quali emerge forte l’amore non per il raccontare la semplice notizia, ma per il narrare una storia e i suoi protagonisti. Ogni singolo articolo/episodio è unico e particolare, probabilmente sopra le righe, ma è capace di raccontare di chi l’ha scritto, per chi è stato scritto e come è stato scritto.

Un regista tra Francia e Italia

The French Dispatch, con la sua struttura e la sua ambientazione, diventa un modo per mettere in mostra l’amore per l’Europa coniugandolo al suo modo di fare cinema.
Inquadrature calcolate al millimetro, una composizione interna perfettamente simmetrica e un montaggio iper serrato creano un campo visivo di tableaux vivants bloccando le scene all’interno del quadro e non lasciando nulla al non detto. Il tutto è poi maggiormente enfatizzato dal suono e dal colore creando mondi fantastici, vignettistici e romanzeschi ed estetizzando così gli elementi pop della cultura contemporanea.

L’adozione del film a episodi permette grazie alla sua frammentarietà, di mettere in risalto quelli che sono i temi cardine della poetica andersoniana.
Utilizzando bene l’ironia, rende i personaggi maschere bidimensionali portando avanti il discorso sui rapporti umani e sullo scontro generazionale. Un esempio è l’episodio Revisioni di un manifesto, che vede protagonisti Timothée Chalamet e Frances Mcdormand in un divertente e malinconico ritratto delle rivolte studentesche del ’68.

In questo modo possiamo capire come in tanta perfezione visiva, in questi dialoghi così incalzanti, in questi sketch che rapidamente si susseguono l’uno dopo l’altro vi è l’ansia del vivere, del raccontare e la voglia di circondarsi di arte e bellezza fino alla fine, come succede al direttore della rivista, Arthur Howitzer Jr. (Bill Murray), che ha creato e radunato attorno a sé più che giornalisti, parolieri capaci di creare mondi bellissimi e bizzarri.

 

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