Le tradizioni pasquali a Napoli tra sacro e profano

In questo week end di festa, ripercorriamo insieme le tradizioni culinarie, e non, della Pasqua nel capoluogo campano.

Le tradizioni a Napoli sono molto sentite e quelle pasquali non fanno eccezione! Anche a causa delle dominazioni della cattolica Spagna, che si sono avvicendate nei secoli, Napoli è una città molto devota. Ma la Settimana Santa è scandita da un calendario che non riguarda solo l’aspetto liturgico e religioso, ma anche le tradizioni profane con le sue usanze tipiche.

Le tradizioni pasquali a Napoli tra sacro e profano

In questo periodo dell’anno ci sono alcuni riti singolari da seguire nei diversi giorni della Settimana Santa. Ad esempio, il cosiddetto Struscio del giovedì santo. Il termine struscio fa riferimento al rumore delle vesti che in passato indossavano le signore, che appunto il giovedì santo andavano in pellegrinaggio per sette chiese della città a celebrare i Sepolcri, significato allegorico dell’ultima Cena di Gesù. O ancora, quando il Covid-19 non era ancora una realtà, durante il Venerdì Santo erano molte le processioni e le vie Crucis per le strade della città, giungendo infine in una chiesa.

Struscio a via Toledo

Un’altra usanza particolarmente sentita, è quella della Pasquetta che fino a due anni fa ci portava a fare gite fuori porta e di cui purtroppo anche quest’anno non potremo approfittare. Nonostante ciò, resta comunque molto apprezzata da sempre, come ci attesta anche il mondo della musica. E infatti come dimenticare l’ironica canzone di Tony Tammaro, il Rock dei Tamarri, che celebra proprio questa tradizione nel racconto folkloristico della Pasquetta tipica degli anni ’90.

Ma le tradizioni legate alla Pasqua napoletana sono famose nel mondo soprattutto sotto l’aspetto culinario. Sono diversi, infatti, i piatti tipici prettamente pasquali che affondano le loro radici nei secoli passati.

È  un vero e proprio menù distribuito nei vari giorni della Settimana Santa: il giovedì santo si mangia la zuppa di cozze, il venerdì è il giorno del digiuno e dell’astinenza dalla carne, il sabato santo, dedito alla degustazione di casatielli, tortani o pizze ripiene. Infine, il pranzo della domenica, il giorno della resurrezione di Cristo, consiste nella fellata, cioè un antipasto comprensivo di affettati e formaggi tipici napoletani, nella minestra maritata, nell’agnello o capretto al forno accompagnato da patate e, infine, dal dolce tradizionale della pastiera di grano.

La zuppa di cozze borbonica

Un piatto che tradizionalmente si consuma la sera del giovedì santo, la zuppa di cozze ha una tradizione che si lega con le vicende del sovrano Borbone.

La storia narra che il re Ferdinando I di Borbone, famoso per essere goloso soprattutto di pesce, non riusciva a fare a meno di mangiare le cozze. Per questo motivo fu redarguito dal frate domenicano Gregorio Maria Rocco, che consigliava al sovrano di non esagerare con i peccati di gola durante la settimana santa.

Ferdinando, perciò, si fece preparare una versione della zuppa più semplice, pur di non farne a meno. Una zuppa di pomodoro e salsa forte di peperoni, che risultava più spartano, ma sempre delizioso. La notizia si diffuse presto in città, prima tra la borghesia e poi tra il popolo, diventando ancora oggi una tradizione irrinunciabile della classica pasqua napoletana.

L’immancabile pastiera

È il dolce pasquale per eccellenza, non manca su nessuna tavola napoletana! La pastiera ha una lunga tradizione, avvolta tra storia e mito.

Infatti secondo la leggenda, la pastiera è un dolce nato dal mare. La storia più diffusa, vede protagonista la Sirena Partenope che scelse il Golfo di Napoli come dimora. In segno di  devozione, le furono portati sette doni come simboli di fertilità, abbandanza, ricchezza e dolcezza. I doni erano la farina, le uova, la ricotta, il grano, i fiori d’arancio, le spezie e lo zucchero che poi Partenope in segno di ringraziamento mescolò per creare il dolce.

La storia, invece, ci dà le prime tracce del dolce durante il XVIII secolo. Come tante altre prelibatezze, anche la pastiera è attestato sia nata in un convento, quello di San Gregorio Armeno. Una suora pensò di abbinare gli ingredienti simbolo della Pasqua cristiana alla ricotta, e ad altri ingredienti da poco arrivati dall’Oriente, come la cannella.

Maria Teresa d’Asburgo, consorte del re Ferdinando II di Borbone, fu una delle prime ad assaggiare questo nuovo dolce. La regina, che non era famosa per il suo garbo e per la sua simpatia, assaggiando la delizia sorrise per la prima volta. Da quel momento, non c’è Pasqua a Napoli senza pastiera!

In altre parti d’Italia il dolce viene cucinato anche in altre occasioni e non solo per la Pasqua. A Napoli, però, la tradizione vuole la pastiera solo e unicamente a Pasqua, anche a causa di una preparazione molto laboriosa che unisce tutta la famiglia in quest’attività scandita nei vari giorni della Settimana Santa.

Una regola da seguire sempre per cucinare la vera pastiera napoletana, è quella delle sette strisce con cui ricoprirla, né una di più, né una di meno. Rappresentano duplicemente i sette ingredienti donati a Partenope e i sette quartieri del centro storico di Napoli, ovvero i tre decumani e i quattro cardini che si intersecano proprio come le strisce di pasta frolla sulla pastiera.

Tortano o Casatiello?

Gli ingredienti sono pressoché gli stessi, ma bisogna distinguere delle differenze tra queste due prelibatezze della cucina pasquale, stavolta in chiave salata.

Casatiello.

Entrambi i rustici, hanno una storia secolare. Del Casatiello abbiamo traccia nel vocabolario Napolitano-Italiano del 1873 di Raffaele d’Ambra. Nello scritto si parla di un pane condito con sugna e pepe, avvolto in forma di grossa ciambella, con uova intere, mezzo incavate nell’impasto e ricoperte in cima da fettucce sistemate a croce. Il termine Casatiello deriva da “caso“, ovvero formaggio, uno degli ingredienti maggiormente presenti all’interno del rustico.

Tortano.

Il Tortano è fatto sostanzialmente con gli stessi ingredienti. Anche in questo caso l’impasto è unito alla sugna e vengono fatti poi dei cordoni con la pasta che andranno a formare una ciambella che rappresenta la corona di spine indossata da Gesù durante la crocifissione. A cambiare è quindi un solo elemento: le uova, che nel tortano sono inserite sode all’interno, mentre nel casatiello vengono messe crude sulla sommità e fermate da pezzi di pasta disposti a croce.

Dobbiamo ricordare, però, che esiste anche una versione dolce del casatiello. Il casatiello dolce, tradizione soprattutto della zona del casertano, prevede un impasto soffice ricoperto di glassa tempestata da zuccherini detti diavulilli.

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