Bandiera della Juventus, ma nel cuore dei napoletani. A dirla così, sembra un paradosso; tuttavia, Omar Sivori centra esattamente questo concetto ai limiti dell’immaginabile, strano per le orecchie ma vero per gli occhi ed il cuore. Una carriera fatta di successi, tra titoli e Pallone d’Oro, all’ombra della Mole. Nel 1965, Omar cede alle lusinghe del Napoli e forma una coppia strabiliante con Jose Altafini, che farà il percorso inverso anni dopo. Una storia di calcio, quello degli “antichi”, spettacolare e primitivo. Citando Gianni Agnelli: “Sívori è più di un fuoriclasse. Per chi ama il calcio è un vizio”. 

Ci vollero 105 milioni di lire per comprare Hasse Jeppson dall’Atalanta, nel 1952. Una mossa, insieme tecnica e politica, dell’allora patron Achille Lauro, desideroso di consensi e di portare il Napoli in alto. Arrivò in quell’anno tra grandi aspettative: nonostante ciò, gli azzurri riusciranno ad essere competitivi per un anno o due. Sprazzi di classe, rendimento altalenante ed una personalità eclettica, Jeppson riuscirà a segnare 14 gol nel suo primo anno all’ombra del Vesuvio. In totale i gol saranno 52 in 112 presenze e diventerà uno dei primi idoli dei supporters partenopei.

Nel segno di Diego Armando Maradona, il 1987 è diventato un anno fondamentale nell’immaginario sportivo azzurro. E’ stato in quell’anno che il migliore di sempre, accompagnato perfettamente dalla sua orchestra, ha conquistato il titolo di Campione d’Italia; è stato in quell’anno che la città e la squadra sono state inserite (da Diego) sul mappa calcistica. E’ stato l’anno dello storico double, l’unico fino ad ora: è stato l’anno del Sud e di Napoli.

“Die Besten, The Champions”. Il trofeo più affascinante del calcio europeo e (forse) mondiale, il traguardo di ogni singolo calciatore e di ogni squadra. Dalla fine di Diego Armando Maradona all’inizio della favola de “El Matador” Cavani, un salto temporale di 21 anni per riascoltare quella musica allo stadio. Che sia finita con tanto rancore non conta: il Napoli era tornato tra i più grandi d’Europa.

Nato e morto a Napoli, facendo la storia. Il nome di Giorgio Ascarelli è legato eternamente alla città nuova, un legame talmente stretto tra il mito e la sua terra da sfuggire alle leggi razziali dell’epoca fascista. Non è stato soltanto un imprenditore, un dirigente federale rispettato ai “piani alti”, un industriale tessile: è stato di più. Se oggi si può godere del limpido azzurro al “Diego Armando Maradona”, se si può urlare alla vittoria o al gol è grazie a lui, all’idea presa forma nel 1926. Se oggi il Napoli è diventato simbolo di una città intera, è grazie a lui.