Luis Vinicio ed il primo calcio totale

Era il 1974, il Mondiale di Germania aveva coronato la squadra di casa come campione del mondo; tuttavia, il mondo intero ricorderà i vinti più che i vincitori, l’Arancia Meccanica. Quel tipo di calcio, nello stesso anno, non svanirà nulla e sarà riproposto dal Napoli di Luis Vinicio, che lotterà per lo scudetto, sfumato per un gol dell’ex di Jose Altafini. “‘O Lione” porterà innovazione, calcio a zona e squadra corta, nel segno di Rinus Michels e Johan Cruijff, alimentando sogni e speranze della città di Napoli.

1973, Luis Vinicio ritorna in patria

Luis Vinicio nasce a Belo Horizonte, il 28 febbraio 1932. Dopo gli esordi in terra natìa con la maglia del Botafogo, arriva a 23 anni (1955) alla corte del Napoli e vi rimase fino al 1960, segnando 69 reti. Famosa fu la semi-sforbiciata con la quale il Napoli riuscì a battere la Juventus per 2-1, nel giorno dell’inaugurazione del nuovissimo Stadio “San Paolo”.

Dopo la carriera da giocatore e le primissime esperienze nelle vesti di allenatore, “‘O Lione”, suo nome di battesimo napoletano, torna in città nel 1973 per rimpiazzare Chiappella. La sua prima stagione da allenatore azzurro termina con un 3°posto in Serie A e l’uscita nel primo turno di Coppa Italia; tutto sommato, una stagione alquanto ottima per gli standard del club.

Il calcio totale nel segno dell’Arancia Meccanica

Nell’estate del 1974, l’Olanda di Rinus Michels da’ prova di un calcio nuovo, mai visto prima. La stella di quella squadra è, senz’ombra di dubbio, Johan Cruijff, la cui orchestra d’accompagnamento può vantare i vari Johan Neeskens e Ruud Krol. Quell’Olanda è composta in gran parte da giocatori del “Grande Ajax”, dal 1965 scuola di innovazione e freschezza calcistica, capace di vincere tre Champions League di fila.

L’Olanda perderà la finale del Mondiale contro la Germania di Gerd Muller, ma verrà ricordata per la bellezza del gioco mostrato durante la kermesse. In Italia, paese considerato vecchio e lento nell’assimilare, regna ancora quella vecchia scuola formatasi negli anni precedenti alla guerra: catenaccio, marcatura a uomo, calcio attendista e poco spettacolare.

Entra in scena, a questo punto, il personaggio principale della nostra storia: Luis Vinicio. Il brasiliano, dopo una stagione più che discreta, comincia a far suoi determinati concetti e trova il coraggio per portare qualcosa di nuovo. Vinicio ha particolarmente a cuore la zona, disdegnando quasi la marcatura a uomo. Il Napoli di quella stagione predica un calcio offensivo, dinamico e fluido, tentando sempre di condurre la partita.

Nonostante ciò, lo scontro diretto del 15 dicembre contro la Juventus produce degli effetti disastrosi: il risultato è un roboante 6-2 e Vinicio viene etichettato come, si, “visionario”, ma la sua idea viene guardata con scetticismo dall’opinione pubblica dell’epoca.

Lo spettacolo e lo scudetto sfumato a Torino

Nonostante la pesante batosta al “San Paolo”, Vinicio non demorde. Continua a proporre la sua idea di calcio ed un traguardo inaspettato comincia a delinearsi all’orizzonte: lo scudetto. Protagonisti di quella cavalcata quasi impensabile furono Andrea Orlandini, Antonio Juliano, il roccioso difensore Tarcisio Burgnich e l’attaccante Sergio Clerici, già sugli scudi nella stagione precedente.

A quella batosta seguono delle vittorie spettacolari e punteggi quasi tennistici, quel 6-2 sembra un ricordo lontano. Si arriva allo scontro di aprile, (di nuovo) decisivo, contro la Juventus al “Delle Alpi”. Al 19′ è 1-0 Juve, segna Causio. Nel secondo tempo, gli azzurri riprendono in mano la partita e pareggiano i conti con Juliano, ma è nei minuti finali che arriva la beffa: a segnare è l’ex Jose Altafini, di cui abbiamo già parlato, che porta due punti fondamentali in chiave scudetto ed allontana la sua ex squadra dal traguardo.

Il Napoli chiuderà quel campionato a 41 punti, due soli in meno della Juventus tricolore, e con l’attacco migliore del campionato. Ancora una volta, i vinti non sono dimenticati ma portati in spalle nell’immaginario collettivo, proprio come l’Olanda dello stesso anno. Quello sarà, per molti, “il Napoli più bello di tutti”: proprio come quello di Sarri, una squadra di vinti e non di vincitori, ma rimasta scolpita nei cuori e negli occhi della tifoseria azzurra.

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