Donna Albina, Donna Romita e Donna Regina

Donna Albina, Donna Romita e Donna Regina: tre giovani sorelle che, rinunciando all’amore, fondarono tre monasteri. La Storia comincia nel 1300.

Come ogni settimana, anche questo lunedì Discover Naples torna a raccontare fatti e storie della città partenopea. Fantasmi e leggende tornano per raccontare la storia di Donna Albina, Donna Romita e Donna Regina.

Via Donnalbina, Largo Donnaregina e vico Donnaromita

La nostra storia inizia in Via Mezzocannone: strada che collega (nel quartiere Porto) Piazzetta Nilo e Piazza San Domenico Maggiore, al Corso Umberto. Altrettanto interessante è, però, la storia legata all’etimologia di questa strada così famosa. Il suo nome risale ad un’antica fontana fatta costruire nel XV secolo dal Re Alfonso II; questa fontana era dotata di un tubo (in napoletano cannone) molto corto (mezzo) e rappresentava un personaggio reale abbastanza impacciato. Da qui si diffuse il detto ‘o Rre ‘e Miezocannone per indicare una persona goffa o con un portamento ridicolo.

Ma torniamo alla nostra leggenda, leggibile ancora oggi nelle strade della città: via Donnalbina, largo Donnaregina e vico Donnaromita sono tre toponimi rinomati del centro storico napoletano in quanto legati a tre sorelle protagoniste di una storia al limite tra il reale ed il misterioso. Tutto ebbe inizio nel 1300…

Le tre sorelle di Mezzocannone

Donna Albina, Donna Romita e Donna Regina erano figlie del Barone Toraldo, nobile del Sedile del Nilo, il quale non avendo figli maschi chiese ed ottenne che fosse la primogenita a portare avanti il nome della famiglia: Donna Regina Toraldo.

Se pure diverse in aspetto e carattere, le tre sorelle erano un’unica anima e conducevano una vita tranquilla, fatta per lo più di preghiera, doveri familiari e occupazioni nobiliari.

Alla morte del Barone, nel 1320, Donna Regina fu promessa in sposa a Don Filippo Capece, giovane ed affascinante cavaliere della corte napoletana, dal Re Roberto in persona come ultimo “favore” promesso all’ormai deceduto barone. Al momento di conoscere il barone, però, le tre giovani rimasero folgorate dal cavaliere, innamorandosene.

La vostra nobile casa è morta!

A questo punto nessuna delle tre poteva più nascondere i propri sentimenti verso il giovane e decisero di confessare tutto, ma fu un disastro: ira, rancore e inimiciza portarono le tre ragazze ad odiarsi, al punto di trasformare il palazzo, propria t, in un luogo di collera e tristezza. Le ombre della notte involgevano la casa Toraldo: una notte senza speranza di alba.

Matilde Serao racconta così la fine della storia

Il mattino seguente le due sorelle minori chiesero a Donna Regina un colloquio particolare ed essa lo accordò; era tempo che le tre sorelle non si vedevano, l’una fuggendo le altre, mettendo la mestizia e il duolo nella loro casa, lo scompiglio tra i famigliari.
Entrarono Donnalbina e Donna Romita. (..)

Veniamo a dirvi, sorella nostra – disse Donnalbina – che dobbiamo dividerci. È mia intenzione, ed è intenzione di Donna Romita, dare una metà della nostra dote ai poveri e l’altra parte dedicarla alla fondazione di un monastero, dove prenderemo il velo.
Ogni monaca di casa Toraldo ha diritto di diventare badessa nel monastero che ha fondato – rispose Regina con tono severo.(…)
Un silenzio tristissimo seguì le infauste parole.

– Io non posso sposare Filippo Capace – riprese ella, mentre una vampa di sdegno le correva al viso. – Egli mi odia.
– Ahimé! io gli sono indifferente – mormorò Donnalbina.
– Io invece anelo al chiostro ma egli mi ama – pronunziò con voce rotta Donna Romita.
E le due sorelle baciarono Donna Regina sulla guancia e ne furono baciate.
– Addio, sorella mia.
– Addio, sorella mia.
– Addio, sorelle.
Donna Regina si alzò, prese lo scettro d’ebano torchiato d’oro, e lo franse in due pezzi. E rivolgendosi al ritratto dell’ultimo barone Toraldo, cioè il loro padre, gli disse inchinandolo:
Salute, padre mio. La vostra nobile casa è morta!»

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