I cubani della “Henry Reeve” candidati al Nobel

I medici cubani della Henry Reeve sono stati candidati al Nobel per la Pace per il contributo dato durante il periodo iniziale della pandemia.

I medici cubani della Henry Reeve sono stati candidati al Nobel per la Pace per il contributo dato durante il periodo iniziale della pandemia.

Il 22 marzo erano arrivati in Italia i medici cubani della brigata medica Henry Reeve, il loro compito era supportare il personale medico italiano nelle prime fasi della pandemia, quando ancora non si sapeva, e non sapevamo, a cosa si sarebbe andati incontro nei giorni a seguire. I cubani durante la loro permanenza hanno operato a Torino e a Crema, in provincia di Cremona da marzo fino a fine maggio, dopo di ché passata l’opportuna quarantena sono ripartiti per Cuba.

L’annuncio della candidatura è stato dato via twitter dal presidente cubano Miguel Diaz-Canel, subentrato nel 2019 a Raul Castro, fratello di Fidel. Diaz-Canel ha dichiarato che la richiesta è stata inviata al comitato norvegese per il Nobel per la pace e che la candidatura è stata sostenuta da oltre 100 Paesi. La candidatura dei cubani è stata accolta con entusiasmo dalla sindaca di Crema Bonaldi che ha espresso infinita riconoscenza per l’aiuto prestato dalla brigata che aveva prestato servizio presso l’ospedale da campo della città.

La brigata

I medici della brigata cubana Henry Reeve sono specializzati in situazioni di gravi disastri ed epidemie. L’unità medica venne voluta da Fidel Castro nel 2005 all’indomani dell’uragano Katrina per tendere una mano e aiutare il “vicino americano”. Secondo quello che si apprende dai media cubani attualmente vi sarebbero circa 3700 medici raccolti in 46 brigate dispiegate in circa 40 Paesi per l’emergenza pandemia.

Luci…

Da un lato sicuramente vi è la forte riconoscenza per l’aiuto prestato dai medici cubani, dall’altro si stanno depositando diverse ombre sull’operato non dei medici, ma dello stato cubano. Se da un lato vi sono “denunce” di propaganda castrista o comunista da parte della destra estrema italiana che denuncia un uso della brigata per fini propagandistici, che lasciano il tempo che trovano, altro sapore e consistenza prendono le dichiarazioni di chi ha confidenza con la realtà del centro America.

Marinellys Tremamunno, giornalista italo-venezuelana, ha dichiarato come Cuba avrebbe utilizzato a fini propagandistici l’invio dei medici per premere a una candidatura al Nobel per la Pace. Come è stato ricostruito dalla giornalista, la campagna per il Nobel sarebbe partita già attorno al 28 Aprile in Francia e il 2 maggio in Italia con un comunicato online e successivamente il 20 maggio con un comunicato ufficiale dell’Associazione di Amicizia Italia-Cuba.

Dopo questi primi appoggi europei sono arrivati anche quelli della Russia con un articolo dell’agenzia di stampa nazionale Sputnik il 27 maggio e il 16 giugno quello statunitense sottoscritto da diverse personalità dello spettacolo e della cultura.

… e ombre

Non sui medici cubani, ma sull’organizzazione delle brigate vi sono molte ombre. Diverse organizzazioni per i diritti umani denunciano che i medici inviati in giro per il mondo si trovino in una condizione di relativa schiavitù. Presentate come missioni sanitarie sarebbe invece una maniera per capitalizzare su una percentuale relativa di veri medici inviati per il mondo e affittati di fatto e che porterebbero a Cuba cifre nell’ordine delle migliaia di milioni di dollari all’anno. Il personale medico sarebbe sfruttato e sottoposto a una condizione di schiavitù/sequestro con la confisca dei passaporti e il controllo di agenti dell’intelligence cubana.

Non è il caso dell’Italia, ma Brasile e Bolivia hanno sollevato dei dubbi sulla professionalità e i titoli dei medici inviati che secondo le autorità brasiliane, a quanto riportato dalla Tremamunno, si sarebbero rivelate in certi casi non medici ma personalità di dubbia professionalità inviate sul posto per promuovere il comunismo e non il miglioramento della situazione medica. In altri casi come quello venezuelano sono state denunciate non solo delle negligenze, ma addirittura condizioni di vita per gli operatori alla pari di quelle di immigrati clandestini, costretti a vivere in molti in pochi metri quadrati. Si segnalano poi le scomparse di medici che hanno preferito “disertare”, con quello che sembra un termine da guerra fredda, e cercare rifugio all’estero.

Se queste voci fossero vere sarebbe una sorta di autogoal da parte delle autorità cubane, perché metterebbero da sole sotto i riflettori un sistema potenzialmente di cattiva pubblicità per il Paese. D’altra parte sarebbe auspicabile una dichiarazione del ministero degli esteri italiano, ma anche dell’OMS circa l’intervento dei medici cubani nella situazione pandemica, e anche in quella precedente, per chiarire ogni possibile macchia su quello che a oggi è stato un gesto di importante solidarietà.

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